Comune di Pavia (sec. XIV -)

Tipologia: Ente

Tipologia ente: Ente pubblico territoriale

Sede: Pavia

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La posizione della città di Pavia sotto il governo dei Franchi e degli imperatori di Sassonia e di Franconia è di primaria importanza, poiché in essa ha sede l'organo di amministrazione e di governo del regno d'Italia.
Nel “palatium”, infatti, risiedono il tribunale supremo e gli organi dell'amministrazione finanziaria, mentre le funzioni reali sono esercitate da un conte palatino. In una delle pergamene comunali più antiche è documentata una concessione di re Lotario, per intervento di Lanfranco, “comes palatii”. A Pavia, inoltre, oppure nella vicina corte regia sull'Olona si raduna l'assemblea italica per l'approvazione delle leggi.
Anche economicamente la città gode di grande prestigio; lungo le sponde del Ticino i principali monasteri dell'Italia settentrionale e della Francia possiedono le loro “cellae” o magazzini, con annesse case e botteghe. I mercanti pavesi godono di particolari privilegi e la loro attività è rigidamente controllata dalla camera regia.
Alla notizia della morte dell'imperatore Enrico II, il 12 luglio 1024, i pavesi distruggono il “palatium”, provocando la rotta del conte palatino e determinando un temporaneo vuoto di potere. Per tutto il secolo XI il potere resta, almeno formalmente, nelle mani del conte palatino con sede a Lomello, mentre cresce il peso economico e politico della media nobiltà cittadina e guerriera.
Agli inizi del secolo XII compaiono i primi magistrati cittadini, i consoli.
Dall'imperatore Federico I, che la città sostiene con le armi nella lotta contro i comuni lombardi, Pavia ottiene quella che può essere considerata la “magna carta” della sua autonomia, con un diploma dell'8 agosto 1164. Federico concede privilegi molto importanti, quali l'autorizzazione ad eleggere i propri consoli dotandoli di poteri equivalenti a quelli di un conte o marchese nel proprio territorio; la concessione ai mercanti pavesi della piena libertà di circolare in tutta Italia senza aumenti di pedaggi; la supremazia sul contado.
Tali privilegi saranno ampliati dai successori: Enrico VI il 7 dicembre 1190 concede al comune la piena potestà sulle rive del Ticino, sul quale nessuno avrà la facoltà di costruire ponti, per un tratto di 50 chilometri dalla città. Nell'ultimo quarto del secolo XII comincia ad affermarsi il consiglio minore o di credenza, formato da circa centocinquanta membri, a scapito del ben più ampio consiglio maggiore, di circa mille membri; il primo assiste e conforta l'autorità dei consoli nella stipulazione degli atti più importanti, nelle dichiarazioni di guerra o nei patti di alleanza, nella modificazione degli statuti. Per ciò che riguarda i consoli, a cui si affianca e si alterna un podestà, si precisano le loro competenze ed autorità, come testimoniano i “capitoli cui sono tenuti i consoli del comune di Pavia”, redatti alla fine del secolo XII.
La sconfitta della politica imperiale determina un grave colpo per la città, percorsa da lotte intestine, ma l'adesione di Pavia al movimento delle città guelfe provoca la caduta della città nelle mani di Matteo Visconti, il 6 ottobre 1315. Sino al passaggio definitivo della città ai Visconti l'amministrazione comunale conserva formalmente la sua costituzione tradizionale. Nel 1384 Gian Galeazzo assume nelle proprie mani tutta l'amministrazione del comune: le entrate vengono deferite al tesoriere, di nomina ducale, e i referendari assumono ampi poteri in questa materia; i funzionari sono ormai a tutti gi effetti al servizio del duca, che provvede al loro salario. L'opera riformatrice di Gian Galeazzo prosegue con la richiesta di revisione degli statuti pavesi, portata a termine da una commissione speciale nel 1393. Le norme statutarie sono suddivise in modo da aggregare i diversi “capitula” in tre nuclei principali, a seconda del loro contenuto: “statuta de regimine potestatis” (per la materia costituzionale e amministrativa); “civilia” (per il diritto privato e la procedura civile); “criminalia” (per il diritto e la procedura penale). Nell'archivio comunale sono conservate due copie di questi statuti risalenti al 1428 ed una trascrizione cinquecentesca. Il comune è retto in questo periodo da un podestà, nominato dal signore, che reca con sé la sua “familia” composta dal vicario giurisperito, da giudici e funzionari, condividendo il governo con i dodici savi, investiti del potere esecutivo e scelti ogni due mesi da un apposito elenco.
Fra le richieste della città al nuovo signore Francesco Sforza vengono accolte quelle di carattere amministrativo ed economico, mentre viene ribadito nuovamente il principio per cui gli “officiales” della cancelleria e della camera devono essere scelti dallo Sforza fra i cittadini nativi di Pavia.
Una nuova fase pare debba attraversare la città con l'erezione della contea a principato, concessa dall'imperatore Massimiliano il 12 giugno 1499.
Le medesime richieste di autonomia vengono rivolte anche a Luigi XII di Francia che, nei “capitoli e convenzioni” stipulati nell'ottobre 1499 con gli amministratori comunali rappresentati da Gian Giacomo Trivulzio, ribadisce la volontà di creare a Milano un luogotenente generale, coadiuvato dal senato, dotato di “amplissima potestas”, a cui i cittadini pavesi, come tutti gli altri sudditi, avrebbero dovuto obbedire.
Il primo trentennio del secolo XVI è particolarmente travagliato per la città a causa di assedi, saccheggi, pestilenze, imposizioni fiscali assai pesanti, fino all'avvento del dominio spagnolo, sotto il quale la città conserva l'integrità del proprio territorio, lo Studio generale e qualche antico privilegio.
Il tribunale di provvisione provvede all'amministrazione della città, assistito da una giunta di dodici savi e da un'assemblea di cittadini, costituita soltanto dalla nobiltà antica e recente gradita agli spagnoli. Testimonianza della riforma politico-amministrativa sono gli “ordines pro regimine celeberrimae Ticinensis Reipublicae editi anno 11 mai 1549” e le successive addende del 1580 e del 1588. In essi vengono definiti i criteri di ammissione al consiglio generale: sono chiamati a farne parte uno o più membri maschi di 167 famiglie pavesi, oltre ai principali esponenti dei collegi aristocratici (giuristi, medici, professori dello Studio).
Ad una rinnovata crescita economica, alla fine del secolo XVI, con la nascita di imprese artigianali e industriali (telai, filatoi per la lavorazione della lana e della seta, laboratori per la concia delle pelli, per la produzione del sapone, cere e altro), corrisponde una riorganizzazione degli antichi paratici delle arti maggiori e minori. Questi statuti, che riprendono redazioni di età viscontea e sforzesca, sono compilati e presentati per l'approvazione a partire dal 1565 fino al 1620. Il ritorno della guerra accelera la grave crisi già manifesta nel settore serico e laniero.
Nel 1703, col trattato di Torino, Vittorio Amedeo II ottiene da Leopoldo I la cessione delle terre fra il Po, il Tanaro e la Lomellina. Le rimostranze dei decurioni pavesi, che si richiamano al diritto storico consacrato nelle concessioni imperiali e insistono sui danni economici e sui pericoli militari dello smembramento del principato pavese, non ottengono alcun effetto né presso Leopoldo I né presso il suo successore Giuseppe I. La separazione è definitivamente sancita dai trattati di Utrecht e Rastaadt del 1713 – 1714 e dopo la guerra di successione, con il trattato di Worms del 1743, vengono ceduti nuovamente al duca di Savoia il Vigevanasco, l'Oltrepò e il Siccomario. Pavia perde la più cospicua sorgente di rifornimenti e di ricchezza ed il confine con lo stato di Sardegna passa ormai ad appena sei chilometri dalla città, sul Gravellone. Dell'antico territorio rimangono i Corpi Santi, la Campagna Soprana e Sottana; l'unione dei distretti di Abbiategrasso, Gaggiano e del vicariato di Binasco non compensa certo le perdite subite.
L'amministrazione austriaca realizza anche nel territorio di Pavia le riforme catastali e delle amministrazioni locali.
Il primo catasto lombardo è completato per Pavia nel 1751, come testimonia la “tavola del nuovo estimo per la città di Pavia” compilata in quell'anno dal collegio degli ingegneri ed approvata nel 1757 dalla real giunta del censimento.
L'entrata in vigore nel 1760 del nuovo sistema fiscale è preceduta da una riforma generale dello stato.
Con l'editto del 26 settembre 1786 la Lombardia viene divisa in otto province: quella di Pavia comprende diciotto delegazioni. Nei capoluoghi, al posto dei tribunali di provvisione, si formano le congregazioni municipali presiedute da un prefetto e da sette assessori. Questi ultimi sono eletti dal consiglio generale e restano in carica 4 anni.
Con la proclamazione della repubblica cisalpina il 30 giugno 1797, Pavia diventa capoluogo del dipartimento del Ticino, inglobando i distretti di Abbiategrasso, Binasco, Bereguardo, Locate, Belgioioso e San Colombano. Dopo la costituzione del regno d'Italia si ha una nuova riorganizzazione amministrativa e territoriale: dal 1805 Pavia diventa sottoprefettura del dipartimento dell'Olona, riacquistando, però, i territori oltre il Ticino del Siccomario, Oltrepò, Lomellina e Vigevanasco. La giurisdizione comunale delimitata dalla secentesca cinta muraria si estende ora non solo all'immediato circondario (i Corpi Santi), ma anche a tredici comunità site a nord della città, appartententi all'antico parco visconteo sforzesco.
La restaurazione austriaca, la proclamazione del regno Lombardo Veneto, la conseguente riorganizzazione territoriale riportano nuovamente i confini comunali entro le cerchia delle mura.
Con la proclamazione del regno d'Italia la provincia di Pavia riprende, dopo poco più di un secolo, la sua antica estensione, il territorio comunale rimane immutato mentre viene ripristinata l'antica zona militare, attorno alla cinta muraria smantellata da Giuseppe II nel 1783, quando aveva tolto Pavia dal novero delle piazzeforti.
Il regio decreto del 29 giugno 1872 ripristina la situazione preunitaria: l'amministrazione militare riporta i baluardi al livello della cerchia comunale, con la facoltà di operare qualsiasi modificazione; gli ex fortilizi diventano così il primo anello di espansione della città, che vi realizzà alcune infrastrutture (lazzaretto, cimitero, macello pubblico, stazione ferroviaria).
Dopo una controversia durata quasi un quarto di secolo l'1 novembre 1883 l'antico comune dei Corpi Santi di Pavia è aggregato alla città che decuplica la giurisdizione portandola da 296 a 3.004 ettari.

Complessi archivistici

Soggetti produttori

Fonti

  • Inventario sommario = Consorzio Teledata, Pavia. Archivio comunale (891-1796), 1990
  • Storia di Pavia = Società pavese di storia patria, Storia di Pavia - Volumi II, III, IV, 1990

Codici identificativi

  • MIDB000BD1 (PLAIN) [Verificato il 22/10/2013]